giovedì, Dicembre 3

Perché le safezones sono importanti, ora più che mai

Ho sentito parlare di safezones, o safespaces, per la prima volta quando ero nel pieno della mia adolescenza.

Il secondo decennio degli anni 2000 è stato il periodo d’oro di Tumblr, social network di cui io ero un’assidua frequentatrice e patria, tra le altre cose, di quello che viene definito, spesso con accezione negativa, politically correct.

La maggior parte degli utenti di Tumblr al tempo erano americani e di conseguenza il dialogo sulle safezones verteva prevalentemente sui problemi di razzismo con cui gli Stati Uniti combattono da sempre.

Ciò aveva ripercussioni concrete prevalentemente all’interno dei college del Paese, in cui in quegli anni erano approdati i primi rappresentanti della generazione dei Millennials (ndr. inati tra il 1981 e il 1996).

Le safezones, almeno nell’immaginario comune, hanno quindi assunto le sembianze di luoghi in cui individui appartenenti a minoranze o a gruppi marginalizzati potessero rifugiarsi senza la paura di incorrere in situazioni dannose per il loro benessere fisico e psicologico.

Luoghi, quindi, che erano e sono tutt’ora una necessità, ma che sono da subito stati bersaglio di pesanti critiche.

Safezones: le critiche

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i safespaces non sono stati accolti positivamente dall’opinione pubblica, che ha visto in essi un tentativo di limitazione della libertà di espressione.

Non a caso, parallelamente al concetto di safezones, i mass media hanno iniziato ad utilizzare in modo sempre più insistente il termine snowflake, nella sua accezione denigratoria, per definire prima la generazione dei Millennials e poi più recentemente quella successiva, la cosiddetta Gen Z.

Secondo la definizione di Wikipedia, i tratti distintivi di uno snowflake sono:

una profonda emotività, una iper-sensibilità alle azioni e affermazioni altrui, e l’incapacità di accettare opinioni contrarie alla propria, soprattutto in merito a tematiche sociali.

Quello offerto da Wikipedia è un identikit che, per quanto superficialmente calzante, nasce da una cultura ancora incapace di riconoscere l’importanza che la salute mentale e l’attivismo hanno nella creazione del benessere all’interno di qualsiasi società.

Perché le safezones sono necessarie?

Tra le disastrose conseguenze del cambiamento climatico, la persistente discriminazione nei confronti delle minoranze, il tasso di disoccupazione giovanile in crescita e una pandemia mondiale che ad oggi ha portato a più di un milione di decessi, il mondo là fuori ha assunto sfumature tutt’altro che rassicuranti, soprattutto per le nuove generazioni.

I dati della World Health Organization in merito alla salute mentale dei giovani non sono rassicuranti:

una percentuale che va dal 10% al 20% degli adolescenti soffre di problemi psicologici, mentre il suicidio risulta essere la terza causa di morte in questa fascia d’età.

La situazione non sembra migliorare per i giovani adulti: in una recente indagine che ha coinvolto i dipendenti della nota azienda Deloitte, il 44% dei Millennials ha dichiarato di sentirsi stressato e in ansia per buona parte del tempo.

In un periodo storico caratterizzato da una crescente incertezza in merito al futuro, questo non sorprende.

Tuttavia,proprio alla luce di queste informazioni, avere una safe zone non è più una semplice opzione da considerare, ma è diventata una vera e propria necessità.

Da spazio fisico a spazio mentale

Nel corso degli ultimi anni, l’attenzione rivolta alla salute mentale è notevolmente aumentata, probabilmente come conseguenza della maggiore apertura al dialogo in merito, che ha portato all’attenuazione dello stigma che da sempre caratterizza tutte quelle problematiche che hanno manifestazioni meno evidenti a livello somatico.

Tra le varie conseguenze di questo c’è stata la rivisitazione del significato di safespace, che ad oggi è inteso come uno spazio che si articola non solo sul piano fisico, ma anche su quello mentale.

Un’applicazione a livello psicologico di questo concetto si ritrova nella tecnica immaginativa del Posto Sicuro, utilizzata sia all’interno di percorsi di psicoterapia che come metodo di self-help, con il fine di aiutare l’individuo a ritrovare la calma in situazioni stressanti o ansiogene.

Questa tecnica si basa proprio sull’identificazione e definizione nel modo più dettagliato possibile di un “posto sicuro”, reale o immaginario, che possa diventare per il soggetto un rifugio personale da visitare in caso di necessità.

Metodi come quello del Posto Sicuro possono assumere un ruolo ancora più importante nel clima attuale, andando a sopperire alla mancanza di una safe zone fisica che diventa sempre più difficile da trovare.

Una speranza per il futuro

La percezione dell’importanza della salute mentale ha subito un importante, e positivo, cambiamento negli ultimi decenni:

i dati dimostrano che le nuove generazioni sono in grado di riconoscere e accettare le loro difficoltà psicologiche e di parlarne in modo più trasparente (anche sul posto di lavoro) e che intraprendono percorsi di psicoterapia e supporto psicologico con maggiore frequenza rispetto alle generazioni precedenti.

Nonostante le allarmanti percentuali relative alla loro salute mentale, o forse proprio a causa di esse, i giovani di oggi sono più che mai in grado di riconoscere la necessità di creare e rendere accessibili risorse che possano contribuire ad un miglioramento significativo del benessere all’interno della società.

Le safezones rappresentano una di queste risorse.

La creazione di uno spazio sicuro, sia a livello fisico che psicologico, diventa quindi un passo indispensabile all’interno questo percorso.

Fonti

Siti web:

Articoli:

Articolo di Elena Carraro.

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Ringraziamo Elena Carraro per aver collaborato con noi e di averci parlato del tema, ancora poco trattato, della salute mentale.

In un periodo difficile come quello che stiamo vivendo la salute mentale non deve essere considerato un problema marginale.

Vi consigliamo a tal proposito di leggere anche gli articoli di Kitsune tra i fumetti che trattano in maniera leggera anche il tema della salute mentale.

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Elena Carraro
Psicologa

Classe 1994. Psicologa, content creator e femminista intersezionale. Madre di un carlino adorabile.

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