giovedì, Dicembre 3

Polonia: un passo indietro sul diritto di aborto

Un altro attentato alla libertà delle donne ha avuto luogo in Polonia, lo scorso 22 Ottobre, quando la Corte Costituzionale si è pronunciata in modo favorevole  accogliendo la nuova legge che limita ulteriormente le possibilità di aborto legale.

La precedente legge sull’aborto dello stato polacco risalente al 1993 era già oggetto di grandi malcontenti in quanto rappresentava una delle norme più severe e stringenti al mondo.

Tale legge permette di ricorrere all’aborto solo in tre casi precisi: stupro, pericolo di vita per la madre e malformazione o malattia irreversibile del feto. 

Ed è proprio quest’ultima fattispecie che la legge va ad abolire considerandola come illecito.

Il governo e l’esercito contro i manifestanti

Prevedibile la risposta della popolazione con lo “Strajk Kobiet”: lo sciopero delle donne, il quale richiama l’omonimo movimento nato nell’ottobre del 2016 che mobilitò manifestanti di tutte le nazioni per lottare contro un disegno di legge anti-aborto.

Lo Stato, da parte sua, ha cercato di sedare le proteste limitando la libertà di sciopero a tutela del diritto alla salute dei cittadini, minacciato dall’attuale situazione epidemiologica che vede la Polonia tra gli stati europei più colpito.

Il Governo ha duramente criticato le manifestazioni e ha chiesto l’aiuto dell’esercito per fronteggiare le proteste.

Il premier polacco Mateusz Morawiecki  l’ha dichiarata un’azione necessaria per rispondere “alla minaccia epidemiologica ed agli atti di barbarie, vandalismo e alle aggressioni“.

Tuttavia questo non è bastato a far calare il silenzio sull’accaduto e gli oppositori hanno fatto sentire comunque il loro dissenso occupando con manifestazioni pacifiche piazze e strade per settimane.

Anche in parlamento la situazione non è delle meno caotiche.

Il presidente della camera dei deputati, Ryszard Terlecki,

ha offeso alcune deputate di opposizione, paragonando il simbolo della protesta, un fulmine rosso, alle SS del III Reich.

Anche Jaroslaw Kaczynski, leader del partito Diritto e Giustizia,

aveva chiamato a raccolta tutti i “veri polacchi” per difendere le chiese e i valori cristiani dalla inciviltà delle donne.

Jaroslaw Kaczynski

La visione di oppositori e sostenitori

La notizia di tale decisione ha indignato non solo le dirette interessate, ma anche tutti i sostenitori dei diritti delle donne e della libera scelta.

In particolare, gli oppositori della sentenza sostengono soprattutto che

la norma non faccia altro che mettere ulteriormente a rischio la vita delle donne in stato di gestazione costringendole a portare a termine la gravidanza.

I sostenitori, il partito di destra Diritto e Giustizia (PiS) che guida il paese dal 2015, e la chiesa cattolica che ha promosso la campagna pro-life, invece,

insistono sul fatto che ciò protegga i bambini non ancora nati dalla possibilità di aborto di feti ai quali siano stati diagnosticati anomalie come la sindrome di Down, che rappresenterebbe il vero nodo della questione.

Infatti già in precedenti interviste il presidente Andrzej Duda aveva espresso la sua opinione dichiarando:

“Credo che uccidere bambini con disabilità debba essere considerato un vero e proprio omicidio”.

Ursula von der Leyen,  presidente della Commissione europea, invece, si è schierata a favore delle manifestanti affermando che

nella Ue sui diritti delle donne non si arretra”.

Il ricorso all’aborto in Polonia

Secondo le organizzazioni femministe si oscilla tra le 100mila e le 200mila donne polacche che ogni anno ricorrono

all’aborto clandestino o si recano all’estero per poterne avere accesso.

Ovviamente, ad essere più a rischio sono soprattutto le donne facenti parte della classe povera della popolazione.

Non potendosi affidare al sistema sanitario nazionale, 

le donne sono costrette a ricorrere alle cliniche clandestine più disparate e ai metodi più brutali per avere la libertà di scelta sulla gravidanza e sul proprio corpo.

Sulla limitazione del ricorso all’aborto si sono espressi anche più di 800 medici polacchi,  firmando una lettera aperta alla Corte Costituzionale nella quale dichiarano che

il divieto di aborto in caso di feti malformati costituisce una minaccia per la salute fisica e mentale delle donne.

Il rapporto tra stato e chiesa in Polonia

Le elezioni del 2015 vedono la vittoria elettorale del Psi (Diritto e giustizia), partito di destra di ispirazione fortemente conservatrice e clericale.

Dopo poco, la  Conferenza episcopale polacca si fa sentire diffondendo un comunicato, letto in tutte le chiese, in cui invita il parlamento a modificare la legge sull’aborto per limitarne ancora di più il ricorso.

Impossibile negare una vera e propria osmosi tra il PiS e le gerarchie cattoliche che purtroppo si va a rispecchiare in tutti gli apparti dello Stato,

anche in organi come la Corte costituzionale che, non a caso, è stata richiamata della Commissione Europea in quanto in larga parte composta da giudici conservatori nominati da questo governo con forzature procedurali,

diventando di conseguenza un’appendice dell’esecutivo senza alcuna indipendenza.

Il quadro socio-politico in Polonia

Dopo rivolte e polemiche il quadro socio-politico si presenta pieno di incognite.

Il movimento “Strajk Kobiet”, a fronte dell’acquisito consenso di massa, riflette per la pubblicazione di un manifesto per una nuova Polonia.

I principali punti rivendicati sono:

  • una maggiore assistenza sanitaria;
  • coperture sociali per le fasce più deboli;
  • una legge sull’aborto simile a quella in vigore nel resto d’Europa;
  • un assetto finalmente laico dello stato oltre che alle inevitabili dimissioni del governo.

Ciò che è certo è che, per il momento,  per cittadini polacchi una vera e subdola dittatura è effettivamente in atto.

La polemica in Italia

Anche l’Italia viene colpita dalla vicenda.

Più che per un sentimento di vicinanza alle donne polacche, l’Italia si ritrova al centro della polemica a causa di un commento poco gradito.

L’autore di tale commento è don Andrea Leonesi, vicario della Diocesi di Macerata, che durante l’omelia del 27 ottobre, ricollegandosi a quanto accaduto in Polonia, ha lasciato intendere che l’aborto sia un atto più grave della pedofilia.

 “Guardate, fratelli, possiamo dire tutto ma l’aborto è il più grave degli scempi. Mi verrebbe da dire una cosa ma poi scandalizzo mezzo mondo. È più grave un aborto o un atto di pedofilia? Con questo non vogliamo dire che la pedofilia non sia niente, è una cosa gravissima, ma che cosa è più grave? Noi abbiamo perso il senso del peccato”.

L’omelia che si era aperta con l’elogio alla Polonia per la sua scelta continua con la lettura di passi della Bibbia riconducibili alle coppie omosessuali e alle donne sottomesse ai mariti.

Le mogli siano sottomesse ai mariti come al signore. Il marito infatti è capo della moglie come Cristo è capo della chiesa”.

Il parroco, continuando il suo discorso, ha addirittura ironizzato affermando :

Se mi fossi potuto sposare avrei preferito fare la moglie, almeno avrei dovuto essere sottomessa e basta.

Ma fare il marito, amare la moglie dopo 10 o 20 anni, dare la vita per lei, come Cristo ha amato la chiesa mi sembra un po’ più difficile”.

La bufera si è scatenata contro l’accaduto richiedendo l’intervento delle istituzioni cattoliche. Intervento che, purtroppo,  non si è avuto o che comunque, tra le varie dichiarazioni, non ha preso pienamente le distanze da tali affermazioni.

Timidamente, dopo i numerosi appostamenti da parte dei giornalisti, le uniche parole riuscite a strappare a don Andrea dopo l’accaduto sono state:

“Non volevo offendere nessuno e se ho offeso qualcuno chiedo scusa. Non ho detto che l’aborto sia più grave della pedofilia, ho detto che l’aborto è una cosa grave”.

Un piccolo passo indietro che ci ha mostrato quanto determinati argomenti siano ancora terribilmente sensibili a suscitare ideologie radicalmente difformi e nascondere numerose resistenze legate a canoni austeri che continuano a creare ostacoli alla reale applicazione dei diritti della persona.

striscione mostrato a Macerata dopo le dichiarazioni di Don Andrea Leonesi
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Classe 2001, frequenta la facoltà di giurisprudenza alla Federico II di Napoli.
Dal 2017 volontaria della Croce Rossa Italiana.

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