giovedì, Dicembre 3

Standard irraggiungibili e social network hanno cambiato la nostra idea di bellezza?

Le forme del corpo femminile, molto più di quello maschile, costituiscono da sempre un emblema del contesto socio-culturale di appartenenza e sono oggetto di critica e giudizi.

L’evoluzione dei canoni di bellezza

Ogni epoca storica ha avuto un modello di bellezza ideale e l’evoluzione dei canoni è stata documentata da numerose tipologie di fonti.

Ad esempio, l’iconografia antica suggerisce che la forma corporea prosperosa rimandava alla fertilità, alla salute, al benessere economico ed era dunque il modello ideale a cui aspirare.

Passando per molteplici fasi, che sarebbe impossibile analizzare accuratamente, si è giunti all’odierna società dell’immagine e della performance, in cui l’apparenza conta più che mai.

L’ideale di bellezza con cui facciamo i conti non si può neanche riassumere con lo slogan “magro è bello”.

Certo, la grassofobia dilaga, ma la verità è che oggi “bello” è soltanto ciò che si colloca in una minuscola intersezione di fattori che possiamo chiamare lo spazio della perfezione.

Uno spazio che nessuno riesce a conquistarsi, lottando perennemente con una sensazione di fastidiosa inadeguatezza.

Il confine è così labile che è difficile vederlo:

se sei troppo magra e hai le ossa pronunciate non vai bene, ma non sei a posto nemmeno se hai un rotolino di troppo.

E poi il naso deve essere sottile, le labbra carnose, la pancia piatta e così via. Se sommando il tutto, uno solo di questi elementi non corrisponde ai canoni, crolla quell’equilibrio delicatissimo che è necessario per generare la bellezza. Una bellezza che nasce da una perfezione non umana. Una perfezione irraggiungibile e finta, un ideale di riferimento altamente nocivo per la salute mentale dei più e disturbante anche per i meno influenzabili.

Mi rivolgo principalmente alle donne; la mia analisi riguarderà le problematiche legate all’immagine femminile.
Naturalmente però, il discorso abbraccia anche gli uomini, comunque soggetti al peso di stereotipi molto lontani dalla realtà.

Lo standard richiede un fisico scolpito e muscoloso, un corpo che deve mostrarsi sempre “performante” .

Chi sono i responsabili di queste rappresentazioni idealizzate?

La prima domanda che sorge spontanea è: chi sono i responsabili di queste rappresentazioni idealizzate?

In primis l’industria, che ha individuato nella cura del corpo un bersaglio perfetto per vendere prodotti senza soluzione di continuità.

La propaganda più consistente proviene dalle pubblicità, che propongono unicamente immagini dello standard di bellezza e perfezione femminile (anche quando non pertinenti ai fini della vendita del prodotto commercializzato). 

Un corpo magrissimo e accattivante, nessun segno di invecchiamento o imperfezioni della pelle:

un ideale irraggiungibile per chiunque, inclusa la modella presente nello spot che è a sua volta ritoccata per rientrare nei parametri.

E’ attraverso slogan, immagini e falsi miti che si alimentano le insicurezze;

talvolta sono state inventate perfino malattie o problemi inesistenti, naturalmente a scopo di lucro.

La cellulite: una malattia inventata

Un esempio ne è la cellulite, una normale condizione fisiologica con alta incidenza (circa 80-90%) nella popolazione femminile in età post puberale.

E’ una manifestazione cutanea che nella maggior parte dei casi non genera dolori o fastidi.

Non rappresentava un problema né tantomeno era considerata antiestetica fino agli anni ’60.

La suddetta condizione non aveva neppure un nome prima del ’68, quando per la prima volta comparve in un articolo di Vogue con il nome “cellulite” e venne descritta quale “attributo deturpante”.

E’ così che si è fatto strada questo mito, una patologia costruita strategicamente e per la quale furono subito proposte cure molto costose.

Solo alcuni anni dopo fu pubblicato uno dei primi studi scientifici in merito al fenomeno, con il titolo emblematico

“La cosiddetta cellulite: una malattia inventata”

e le pubblicità oggi sono state riconosciute dall’opinione pubblica quali ingannevoli, fuorvianti e addirittura offensive.

L’ansia da paragone

Tralasceremo il fatto, altrettanto rilevante, che nel mondo del marketing il corpo (ideale) femminile venga sessualizzato e sfruttato per commercializzare ogni genere di prodotto, a favore di un altro tipo di analisi.

Vorrei infatti soffermarmi sulla percezione che un individuo, in modo particolare una donna, ha del proprio corpo in relazione ai modelli imposti dalla società e in relazione soprattutto ai nuovi mezzi di comunicazione, mass media e social network.

La presentazione, o meglio, l’imposizione di modelli di bellezza irreali e malsani affonda naturalmente le sue radici già nell’infanzia.

Si sa che i giocattoli per i bambini sono purtroppo ancora legati agli stereotipi di genere (una femmina già da piccola ha familiarità con il make-up, i vestiti e le bambole).

Ma, considerando la struttura corporea di una Barbie ed immaginando che la sua altezza sia pari a circa 1.70m, si scopre che nella realtà una donna con quelle misure e quella fisicità sarebbe un’anoressica grave.

L’ansia da paragone non nasce con i social network ed i mass media, ma questi ultimi hanno amplificato esponenzialmente i suoi effetti deleteri.

Un secolo fa ci si comparava solo ad una bambola, alle amiche e alle poche immagini trasmesse in tv o stampate sulla prima pagina di una rivista.

Oggi, invece, veniamo sommerse quotidianamente su ogni piattaforma digitale da rappresentazioni di corpi avvenenti e armonici, che danzano davanti ai nostri occhi con pelli piallate, curve sempre al posto giusto e sorrisi smaglianti.

E’ così che ci convinciamo che il problema siamo noi, che siamo un’eccezione. Tutte le altre sono impeccabili mentre noi siamo sfigurate da un’infinità di difetti.

Canoni irreali e bombardamento mediatico

Dovremmo tenere ben presente che il bombardamento mediatico è tanto forte da condizionarci inconsciamente, rendendoci di certo meno lucide.

Questa narrazione della realtà è tutt’altro che veritiera.

La percezione che abbiamo di noi stesse e degli altri è spesso alterata, soprattutto in un’era in cui ognuno può proporre una versione virtuale di sé molto distante da quella autentica.

Tenete sempre a mente alcuni fatti di rilevanza fondamentale:

anzitutto, le modelle che sono universalmente riconosciute quali aderenti ai canoni di bellezza odierni, hanno vinto una sorta di “lotteria genetica”.

Lungi da me affermare che ci siano caratteristiche fisiche maggiormente degne di lode rispetto ad altre: qualsiasi sia il canone di riferimento però, solo una fetta infinitesimale della popolazione globale potrà rispecchiarlo.

Perché?

Perché oggi si tratta il corpo come fosse un capo d’abbigliamento.

Come fosse paragonabile ad una moda passeggera averlo più magro o più formoso, in base allo stereotipo vigente. Ma il corpo non è assimilabile a un paio di stivali. Ognuno di noi per quanto possa cercare di migliorarsi e di piacersi, ne ha uno differente, con caratteristiche peculiari e inalterabili.

Razionalmente è facile rendersi conto che per la quasi totalità del mondo è impossibile raggiungere un certo standard. Eppure diventa un’ossessione morbosa che supera i limiti naturali dovuti alla fisicità, ai tratti e persino alle etnie.

Si, perché, ad esempio, per somigliare alle modelle bianche, le ragazze indiane, asiatiche ed africane utilizzano addirittura lo sbiancante per la pelle (prodotto oltretutto altamente tossico).

Lo stereotipo è irraggiungibile per tutti, perché tutto quello che ci viene proposto è artefatto.

L’impatto pericoloso delle immagini distorte

Nessuno somiglia alle immagini che vengono pubblicate dopo la post-production; come già accennato, non vi somiglia neppure la modella che è stata immortalata.

Non dimentichiamo che grazie alle numerose app gratuite e facilissime da utilizzare, non serve neanche un esperto di Photoshop per effettuare le modifiche. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con lo smartphone può snellirsi i fianchi o aumentare l’abbronzatura in modo piuttosto credibile, ottenendo risultati soddisfacenti.

La situazione sta decisamente degenerando.

Anche un occhio consapevole e attento fatica a distinguere ciò che è autentico da ciò che è manipolato e sottoposto ad un processo di raffinazione artificiale.

Solo di recente alcuni volti noti, influencer e vip, hanno aderito alla wave della body-positivity.

Per normalizzare problemi quali la sovra citata cellulite, l’acne ecc. hanno mostrato fotografie prima e dopo il Photoshop, a dimostrazione del fatto che anche loro non sono come appaiono.

E’ importantissimo che ci siano passi in avanti nella consapevolezza dell’impatto che le immagini hanno nella nostra società.

Numerose ricerche, come quella condotta da Simon Wilksch, poi pubblicata sull’International Journal of Eating Disorders, hanno infatti dimostrato anche l’esistenza di una stretta relazione tra disturbi alimentari e utilizzo dei social media.

Wilksch sostiene che:

I social media sembrano incoraggiare i giovani a concentrarsi fortemente sul loro aspetto e sul modo in cui vengono giudicati o percepiti dagli altri.

Trovare queste chiare associazioni tra alimentazione disordinata e uso dei social media nelle ragazze e nei ragazzi adolescenti suggerisce che si deve fare molto di più per aumentare la resilienza nei giovani,

per essere meno influenzati negativamente dalle pressioni dei social media”. 

Simon Wilksch

Un processo logorante: il body-monitoring

Anche Sara Melotti, autrice e fotografa, ci propone una riflessione inserita in un progetto di ben più ampia portata.

Tale riflessione l’ha spinta a lasciare il suo lavoro da fotografa di moda per viaggiare alla ricerca della vera bellezza, incontrando migliaia di donne in ogni continente:

“Dopo tre anni di lavoro come fotografa di moda,

un giorno ho iniziato a sentirmi lacerata dentro quando ho capito che il tipo di immagini che stavo producendo stava contribuendo a creare standard di bellezza molto irrealistici che hanno fatto soffrire innumerevoli donne.”

Se il mondo intorno a noi continua a mettere il focus sull’aspetto fisico, inevitabilmente iniziamo a farlo anche noi.

Diventiamo noi stesse osservatrici del nostro corpo, è come se avessimo uno specchio in testa che ci fa pensare a come gli altri ci vedono. 

Camminando per strada ci aggiustiamo il vestito, ci sistemiamo i capelli mentre parliamo con qualcuno.

Sono cose che faccio continuamente, soprattutto quando faccio le stories su Instagram.

Siamo in un meeting e continuiamo a pensare se le gambe accavallate stanno mostrando la cellulite, andiamo in spiaggia e teniamo indentro la pancia.

Il peggio del peggio, ma penso sia capitato a tutte, stiamo facendo sesso e invece di concentrarci su quello che sentiamo ci preoccupiamo pensando a come il partner ci stia vedendo in quel momento.

Suona familiare?

Si chiama body-monitoring e lo fanno tutte le donne. Secondo alcune ricerche una donna in media lo fa ogni 30 secondi.  

Insomma, il monitoraggio del corpo è una processo logorante e limitante che assorbe molte delle nostre energie (energie che potrebbero essere usate per cose più importanti) e oltre a monitorarci ovviamente ci giudichiamo, e solitamente siamo giudici spietate con noi stesse.”

Sara Melotti

Più in generale, quello a cui fa riferimento Sara Melotti è un vero e proprio disturbo noto con il nome di dismorfofobia.

Cos’è la dismorfofobia?

Il “disturbo da dismorfismo corporeo”, comunemente conosciuto come dismorfofobia, prende il nome dal termine dismorfia, che si riferisce alla bruttezza, in particolare del volto.

Deriva dal greco antico dis – morphé, forma distortaphobos, timore.

Nel 1891 Enrico Morselli, medico e psichiatra italiano, lo descrive per la prima volta coniando il termine di dismorfofobia per indicare una

“sensazione soggettiva di deformità o di difetto fisico, per la quale il paziente ritiene di essere notato dagli altri, nonostante il suo aspetto rientri nei limiti della norma”.

In sostanza, il disturbo si manifesta con la preoccupazione ossessiva per un difetto nell’aspetto fisico, spesso sproporzionata rispetto all’effettiva gravità dello stesso.

Ne soffre la stragrande maggioranza delle ragazze in età adolescenziale e non solo, anche senza esserne pienamente cosciente.

E’ un disturbo silenzioso e talvolta piuttosto latente, che viene sottovalutato o soffocato senza che se ne comprenda fino in fondo la natura e le cause (che continuano ad alimentarlo anche in età adulta).

E’ un mostro che ha assunto nuove sembianze sempre più pericolose proprio grazie ai nuovi mezzi di cui disponiamo; infatti, è nata un’ulteriore definizione che si riferisce a un fenomeno recente.

Sto parlando di una tipologia specifica di dismorfofobia: la “dismorfofobia da Snapchat”.

Tale definizione deriva dal nome del social che per primo ha introdotto l’utilizzo dei filtri, ora approdati anche su Instagram.

Dismorfofobia da Snapchat

A coniare il termine questa volta è stato un medico cosmetico, Tijion Esho, il quale ha iniziato a preoccuparsi notando quanto nei suoi pazienti fosse radicata e pervasiva l’idea di rassomigliare al fotoritocco.

I cosiddetti “filtri bellezza” sono molto diversi rispetto a quelli che aggiungono del colore o a quelli dichiaratamente “ridicoli”.

Quest’ultimi modificano in modo ben visibile ed esagerato il volto con fini goliardici.

I filtri bellezza, invece, sono subdoli; modificano i connotati in modo non sempre evidente, rendendoti ancora simile a te, ma con un naso più sottile, delle labbra più gonfie, una pelle uniforme e luminosa.

Se ci si guarda frequentemente attraverso lo schermo di un telefono applicando queste piccole distorsioni, si inizia a pensare di essere più belle utilizzando il filtro e ci si sente brutte guardandosi allo specchio.

Si arriva perfino a desiderare di sottoporsi ad interventi chirurgici per somigliare a quella versione alterata di sé.

Addirittura, osserva Esho, molto spesso le pazienti non si lamentano di un difetto, ma di come quel difetto le disturbi particolarmente quando provano a fare dei selfie.

Il problema, dopo aver avuto un termine apposito che lo designasse, ha avuto una certa risonanza.

Uno studio pubblicato sulla rivista medica JAMA Facial Plastic Surgery parla di quanto le immagini filtrate abbiano reso labile il confine che separa la realtà dalla fantasia, creando aspettative irrealistiche e incrementando disturbi quali proprio la dismorfofobia.

Il mio discorso non ha l’obiettivo di scoraggiare la chirurgia estetica o qualsiasi altro tentativo di cambiamento;

va però sottolineato che pratiche del genere vanno attuate soltanto per sentirsi meglio con se stessi.

Non possono e non devono essere associate alla smania di diventare come siamo quando applichiamo il filtro, di diventare proprio come “quella modella”.

Non devono, insomma, essere generate dal desiderio accecante di rientrare nello standard o di somigliare a qualcun altro.

Siamo tutti coinvolti: cosa possiamo fare?

Tendiamo spesso a considerarci estranei al problema se non raggiungiamo soluzioni estreme come la chirurgia estetica.

Ma lo siamo davvero?

Quante volte, riflettendoci, ci siamo ritrovati in tutte le dinamiche illustrate? Ma soprattutto, cosa possiamo fare concretamente per non cadere nella rete dell’insicurezza?

  • Chiedere aiuto si rivela sempre la scelta più saggia.

che sia un genitore, un amico fidato o uno psicologo, è importante essere consapevoli della propria condizione e cercare di parlarne con qualcuno che possa aiutarci.

  • La “pulizia del feed” può essere un ottimo metodo di disintossicazione.

Seguire tutte quelle pagine portatrici di messaggi sbagliati che ci bombardano di immagini tossiche non ci fa di certo bene.

  • Quando siamo insieme agli altri cerchiamo di scegliere accuratamente le parole da rivolgere a chi ci ascolta.

Non dimentichiamo che anche quando pensiamo di dire qualcosa di positivo (ad es. “sei dimagrita tantissimo, stai proprio bene”), la nostra osservazione può rivelarsi in realtà venefica (si pensa erroneamente “allora a meno che io non sia magra, sono brutta”).

I complimenti comunque non dovrebbero essere soltanto incentrati sull’aspetto fisico del nostro interlocutore: cerchiamo di sottolinearne anche e soprattutto le qualità ed i valori, proprio come vorremmo che gli altri facessero con noi.

  • Condividiamo il più possibile i messaggi in cui crediamo, affinché ci sia sempre più confronto e consapevolezza.

Parlare di queste tematiche è più che mai importante, fermare il body-shaming è una priorità.

Il concetto di bellezza non dovrebbe coincidere con l’estetica, come purtroppo accade: l’estetica non è che una della le sue innumerevoli manifestazioni.

Concludo con le parole di Italo Calvino che, dal momento esatto in cui le ho lette, hanno fatto parecchio rumore rimbalzando sulle pareti della mia stanza.

Penso mi stessero chiedendo di uscire, domandavano più attenzione: ecco perché le affido a voi.

La sua è una riflessione che nasce spontanea, intima e umana, e fluisce verso una lucida conclusione, un interrogativo che vi sottopongo:

“Rassegnato a passare tutta la giornata tra quelle creature opache, Amerigo sentiva un bisogno struggente di bellezza, che si concentrava nel pensiero della sua amica Lia.

E quello che ora ricordava di Lia era la pelle, il colore, e soprattutto un punto del suo corpo, dove la schiena fa un arco, netto e teso a percorrere con la mano, e poi subito s’alza dolcissima la curva dei fianchi, un punto in cui ora gli pareva si concentrasse la bellezza del mondo, lontanissima e perduta.

Che cos’è questo nostro bisogno di bellezza? si domandava Amerigo.

Un carattere acquisito, un riflesso condizionato, una convenzione linguistica? E cos’è, in sé, la bellezza fisica? Un segno, un privilegio, un dato irrazionale della sorte.[…]

Ma porre la bellezza troppo in alto nella scala dei valori, non è già il primo passo verso una civiltà disumana?

Italo Calvino

Fonti: Official journal of italian society of psychopatology, Il disturbo da dismorfismo corporeo: revisione critica della letteratura (Body dysmorphic disorder: a critical review), Mai abbastanza: una guida no-bullshit al perché non riusciamo a piacerci così come siamo (Sara Melotti)

Fonti immagini: archive.vogue.com, tiragraffi.it, timeslive.co.za, yourfaceinourhands.com, iodonna.it

Immagine copertina di Helena Perez Garcia

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Classe 1999. Ho frequentato il Liceo Scientifico, ma ora studio Lettere Moderne presso l'Università Federico II di Napoli. Cambio spesso idea, ma il mio unico credo è il femminismo, condito con letteratura e vino. Mi piacciono gli spazi vuoti, ma quelli che riempio potete trovarli qui.

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