Peste del linguaggio e hate speech: libertà di parola non è libertà di insulto

Oggi è sempre più labile il confine tra libertà di espressione e hate speech: a renderlo pericolosamente evanescente è la male-educazione ad usare le parole e ad abitare la rete

La peste del linguaggio

“Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze[…]“ .

Italo Calvino in “Lezioni Americane”

Quella che stiamo vivendo oggi è una “peste del linguaggio” che non consiste solo nel livellamento dell’espressione in “formule generiche, anonime, astratte”, ma forse intacca qualcosa di ancora più profondo:

è la diretta ed inquietante conseguenza di un vuoto morale, culturale ed intellettuale che sembra sempre più difficile da colmare.

È una peste subdola che si insinua nelle crepe sempre più profonde della nostra humanitas, quel valore tramandatoci dall’antichità classica che è un concentrato di filantropia, cultura, educazione e raffinatezza.

Il potere della parola

In tutte le dimensioni, reali e virtuali, che quotidianamente abitiamo la parola rappresenta il mezzo comunicativo più forte di cui disponiamo e, per questo, dovrebbe essere usata con consapevolezza, prudenza, buon senso.

A farla da padrona, invece, è sempre più spesso quella che gli antichi greci chiamavano hybris ( ὕβϱις ovvero tracotanza, prevaricazione):

“Nel linguaggio giuridico, hybris riflette un’azione delittuosa oppure un’offesa personale compiuta “allo scopo di umiliare”, il cui movente è dato non da un utile ma dal piacere, dall’orgoglio di sé che l’autore dell’atto traeva dalla malvagità dell’atto stesso, mostrando la sua superiore forza sulla vittima.”

Wikipedia

Hate speech

Sempre più spesso sui social leggiamo valanghe di insulti, commenti sessisti, minacce sotto ad articoli o post di vario genere.

Esprimersi con rispetto ed accettare il contraddittorio sembra impossibile, pura utopia.

In tanti, soprattutto quando sono “protetti” dallo schermo, si sentono legittimati ad esprimersi in modo a volte anche bestiale. Che sia la rabbia, la frustrazione, l’insoddisfazione nessuna di queste è una giustificazione all’odio e alla violenza gratuita.

Tantissimi purtroppo sono i casi di hating online che si potrebbero citare.

Nei giorni scorsi si è parlato molto della scomparsa di Diego Armando Maradona.

In tanti lo hanno ricordato e celebrato sui social, ma c’è stato anche chi, non essendo suo estimatore, si è espresso andando contro l’opinione dei più.

Lo hanno fatto anche tanti personaggi in vista, da Giampiero Mughini a Laura Pausini, e, alcuni giorni fa, anche una calciatrice 24enne spagnola, Paula Dapena, dopo averlo definito un “molestatore”, si è rifiutata di omaggiarlo con il minuto di silenzio pre partita.

fonte immagine: fanpage.it

Una pioggia di insulti beceri e vergognosi è precipitata su tutti loro, vomitata da uomini e donne di tutte le età.

Esprimere il proprio punto di vista ed il proprio dissenso è lecito e sacrosanto, incitare all’odio, augurare una molestia o addirittura la morte, non lo è.

È inquietante leggere, tra i tanti commenti vergognosi, che

la molestia al giorno d’oggi sia ancora considerata un premio che solo le donne belle possono sperare di ottenere.

(In merito a ciò ti consigliamo anche gli articoli di Sara Buonincontri e di Lucrezia Passarelli)

Da brividi sono i commenti di chi pensa ancora che l’orientamento sessuale determini il valore di una persona.

Tutto questo impone a ciascuno di noi- ragazzi, adulti, studenti ed educatori- un numero infinito di riflessioni.

Fiumi e fiumi di inchiostro sono stati versati sugli haters e, in generale, sul fenomeno dell’odio in rete.

Forse l’unica cosa certa è che, per sconfiggere questa “peste del linguaggio” (e non solo), occorre essere educati anche ad abitare la rete.

In generale, è necessario ri-appropriarsi della propria humanitas, magari ritrovando il senso di quella frase con la quale Terenzio la definì per la prima volta nel II sec a. C.:

“Homo sum, humaninihil a me alienum puto” («Sono uomo, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me»- Heautontimorumenos)

Ringraziamo Mariaelena Di Crescienzo per aver scritto questo articolo e per aver voluto condividere con noi la sua opinione in merito.

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