In Italia una persona LGBTQ+ su due non fa coming out. A che punto siamo con l’omotransfobia nel nostro paese?

Come si fa coming out in Italia? Semplice: in Italia non si fa coming out. L’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali nell’European LGBTI Survey 2020 rivela che in Italia una persona della comunità LGBTQ+ su due non fa coming out.

La situazione in Europa: i dati sulle discriminazioni ai danni della comunità

Vediamo nel dettaglio quali sono le esperienze statisticamente rilevanti per categoria:

Discriminazioni per orientamento sessuale

  • Il 41% delle donne lesbiche riporta di essere stata vittima di molestie nello scorso anno. Comparando, però, i dati alla controparte maschile della comunità, sappiamo che le donne lesbiche sono più restìe a denunciare alle autorità.
  • Gli uomini gay tendono più tra tutti ad evitare il contatto fisico con i propri partner in pubblico. Sono anche i primi ad evitare determinate località per paura di essere attaccati. Circa il 38% ha riportato molestie e oltre un quarto di essi non denuncia.
  • Uomini e donne bisessuali riscontrano meno discriminazioni sul luogo di lavoro o nella ricerca di esso, ma subiscono significative discriminazioni nella loro vita quotidiana.
    • Le donne bisessuali sono meno propense ad evitare certi luoghi per paura di aggressioni. Ma più della metà di esse riporta di ricevere molestie a causa del proprio sesso in aggiunta all’orientamento sessuale. I crimini d’odio ai danni delle donne bisessuali sono quelli più tendenti a sfociare in violenze sessuali. Allo stesso modo, sono anche il gruppo che denuncia di meno.
    • Gli uomini bisessuali sono meno propensi a parlare apertamente del proprio orientamento sessuale. La loro apertura sull’argomento è direttamente proporzionale al rischio di violenze e molestie.

Discriminazioni per identità di genere e biologia

  • Il 60% delle persone trans è raramente o “quasi mai” aperto sulla propria identità, in confronto a un 40% di uomini gay e 35% di donne lesbiche.
    Più della metà delle persone trans riporta di aver subito discriminazioni nell’arco dell’ultimo anno, in confronto al 39% di donne lesbiche e 32% di uomini gay. Le persone trans adolescenti subiscono più molestie rispetto a lesbiche, gay e bisessuali.
  • Le persone Intersex sono la categoria più discriminata della comunità LGBTQIAP+: il 62% subisce almeno una discriminazione nell’arco dell’anno precedente al sondaggio. Il 29% ritiene che il problema principale sia il fatto che le persone vedono nell’essere intersessuali una malattia. Subiscono anche il doppio delle violenze fisiche e sessuali: il 22% riporta di aver subito attacchi fisici in confronto al 12% di uomini gay e il 10% di donne lesbiche. Molte persone Intersex ritengono che sia assente l’informazione e il consenso sulle procedure mediche che subiscono, oltre il 62% riporta di non essere stato sufficientemente informato prima dei trattamenti chirurgici.

Uno sguardo storico sul coming out e la visibilità LGBT+

A partire dagli anni ’80, gli attivisti del gruppo ACT UP (AIDS Coalization to Unleash Power) coniarono la frase “Silence = Death” (Silenzio = Morte). Ci si riferiva in particolare al silenzio dell’amministrazione Reagan sull’epidemia di HIV che mise in ginocchio l’intera comunità LGBT dell’epoca. Sopra questa frase, il logo di ACT UP aveva un triangolo rosa che era il simbolo indossato dagli omosessuali nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale.

I membri di questa categoria marginalizzata che solo a volte hanno l’abilità di nascondere la loro identità di genere o orientamento sessuale, in varie fasi del XX secolo vennero obbligate a fare coming out. Il coming out è un atto che permette ai membri della comunità LGBT di diventare visibili. Secondo Harvey Milk, politico statunitense e militante storico del movimento omosessuale, gay e lesbiche avrebbero dovuto dichiarare pubblicamente il loro orientamento sessuale se volevano vedersi accettati dalla società.

Il personale è politico

Le visibilità richieste dagli attivisti dei movimenti LGBT storici in Europa sono di diversi tipi:

  • Visibilità interpersonale: quella che porta persone appartenenti alla comunità ad interagire con altre che ne fanno parte. Gran parte delle identità LGBTQ si sviluppano grazie alle interazioni con altre persone appartenenti alla comunità. In questo caso, le identità hanno la funzione di distinguere il gruppo dalla cultura eteronormativa, permettendo alla comunità di mobilizzarsi.
  • Visibilità pubblica: l’atto collettivo di fare coming out fuori dagli spazi LGBTQ per essere visibili dalla società e dallo stato.

Vanno considerate, poi, anche le contaminazioni che i movimenti di liberazione LGBT hanno ricevuto dai movimenti femministi di seconda e terza ondata. Una in particolare è la massima “il personale è politico“. Molte persone della comunità hanno vissuto una fusione della sfera personale con quella politica dal momento in cui la loro identità è diventata visibile.

Le testimonianze dalle scuole italiane

“Nella seconda e per la maggior parte della terza media, mi venne proibito in quanto lesbica di parlare durante le ore di Matematica e Scienze; Mi è stato anche impedito di entrare in classe.” – Testimonianza di una quindicenne lesbica italiana.

  • Rispetto al precedente sondaggio del 2012, dove il 47% dei giovani nascondeva l’essere LGBTQ a scuola, nel sondaggio del 2020 questo dato è sceso al 41%.

Come si parla di Coming Out in Italia (spoiler: male)

Pertanto, appurato che in Italia non si faccia sufficientemente coming out, vediamo come viene visto questo gesto:

Le persone giovani come me hanno una mentalità molto aperta. Sono cresciuto in una società dove i ragazzi hanno una mentalità molto aperta sulla sessualità. Ho molti amici e quando parliamo mi dicono che non è un problema per loro questa cosa. Penso che sia bello perché etichettare è come tornare indietro al passato. Etichettando tu crei delle differenze e delle distanze tra le persone. Dovremmo unire le persone e non dividerle. Le etichette non sono una cosa buona per gli artisti e per chiunque.

Questa fu una celebre frase di Mahmood a proposito del Coming Out, che scatenò fiumi di polemiche.

Di una televisione che ancora racconta il coming out come una barzelletta

Andato in onda il 23 aprile su Canale 5, quello che vediamo in questo estratto del programma “Felicissima Sera” è un caso abbastanza clamoroso di outing. Che sia uno sketch recitato o meno, quella che è stata mostrata è una pessima cosa da fare e passa il messaggio che, nel 2021, sia normale fare outing.

Nel 2021 ritroviamo in programmi in prima serata i soliti siparietti a sfondo omolesbobitransfobico, “sketch” creati in toto per far ridere, per ridicolizzare l’orientamento sessuale/romantico di qualcun*. Nel video in questione Pio, Amedeo e Francesco Totti (ritrovatosi lì alla mercé di due “comici” che avrebbe benissimo potuto contrastare) tentano in tutti i modi di fare outing a calciatori attentamente selezionati per essere gettati in pasto al pubblico.
Per chi non lo sapesse: Outing – Dichiarazione pubblica con la quale qualcuno svela l’omosessualità di una persona senza il suo consenso.
Alla fine dello “sketch” l’uomo, ACCUSATO di poter essere omosessuale, viene invitato tra le risate a “venire qui e fare coming out, ti aspettiamo”: di Coming Out non si può e non si deve parlare in questi termini che SORVOLANO COMPLETAMENTE LE CONSEGUENZE.
Il Coming Out è un momento cruciale non perché finalmente diciamo a tutt* chi siamo, ma perché non sappiamo a cosa andiamo incontro. Non sappiamo quanti amic* e membri della nostra famiglia ci abbandoneranno, non sappiamo se avremo ancora una casa e un’indipendenza economica e non sappiamo se saremo al sicuro o se subiremo violenza fisica o psicologica.
Pio e Amedeo, per di più, dovrebbero studiare e sapere che l’argomento dell’omosessualità nel calcio è anche abbastanza delicato. Perché il primo calciatore apertamente gay, era pure nero quindi una persona soggetta a omofobia in modo ancora più brutale e interconnessa con il razzismo. Ha subito TALMENTE TANTO ABUSO da essersi tolto la vita. Discuterne in questo modo, come se non ci fossero precedenti ATROCI è un ulteriore pugno in faccia e nello stomaco.
Questa speculazione sulla sessualità altrui accompagnata da infinite risatine e grugniti di scherno non può essere più accettata e fatta passare per “comicità”. Non possiamo finanziare una TV che normalizza preconcetti omolesbobitransfobici quando basta uscire dal proprio privilegio per rendersi conto che ogni singola persona facente parte della comunità LGBTQIA+ in Italia e nel mondo si ritrova in pericolo costante.
La comicità è altra, questa è violenza. Basta così!

D.E.I. Futuro Antirazzista su Instagram, in riferimento alla storia di Justin Soni Fashanu

L’Italia ancora non sa quale sia la differenza tra “coming out” e “outing”

Che l’Italia con l’inglese non ci sappia fare, è un dato di fatto. Ma, quello che è peggio, è la confusione costante che viene fatta tra i termini coming out e outing. Lo abbiamo visto già quando la testata ANSA parlò del coming out di Elliot Page facendo due clamorosissimi errori: riferirsi ad Elliot con il deadname (ovvero il nome che aveva prima di fare coming out) e usare il termine outing per descrivere il suo coming out.

Chiariamolo una volta per tutte: Il coming out (of the closet) è un atto di coraggio, in cui una persona decide di dichiarare al mondo quale sia la sua sessualità o identità di genere.
L’outing, invece, è quando una persona decide di rendere pubblica la sessualità o l’identità di genere di un’altra persona, senza consenso.

L’outing è una forma di violenza, chi ne è vittima viene messa alla gogna sociale, violata della sua privacy in modo invasivo, subisce una vera e propria violenza psicologica. Le conseguenze sono: vergogna, imbarazzo, senso di colpa e impotenza. In alcune occasioni si sviluppano episodi depressivi, pensieri e tendenze suicide.

E dopo il coming out?

È la storia di molte persone queer italiane, quella di subire violenza dopo aver fatto coming out (o dopo essere state vittima di outing). È passato poco dalla storia di Malika, ragazza lesbica cacciata di casa da parte della famiglia, che quando è tornata a casa insieme ai carabinieri si è sentita dire “Io non so chi sia questa persona”. Furono numerosi i messaggi gonfi di odio, minacce fisiche e insulti da parte della madre ritrovati alla denuncia della ragazza. Seguendo la scia dei drammi in casa fu emblematica la storia di Maria Paola Gaglione, di cui abbiamo parlato su EqualiLab, uccisa dal fratello per la sua relazione con un ragazzo transgender. Un dramma di cui è stato complice una famiglia intera, a sua volta aiutata dal resto del paese a partire dal parroco, che ha preferito prendere le difese dell’assassino e continuare la vessazione nei confronti di Ciro.

I casi di cronaca di violenze in casa continuano con la storia di Manuel, uomo gay di 40 anni cacciato di casa dal padre. O la storia di Giacomo, 28 anni, che ha subito maltrattamenti a causa della sua omosessualità.

Lasciamo, a margine, la testimonianza di Silvia, una ragazza bisessuale che ha deciso di raccontarci il suo coming out:

Ho fatto molta fatica a capire di essere bisessuale. Nella mia famiglia mi hanno insegnato che esiste solo l’amore etero, mi hanno insegnato che in quanto donna devo aspettare il mio principe azzurro. Ho passato tutta l’adolescenza nascondendo le mie cotte per le mie compagne di classe, per le mie amiche e alla fine mi sono innamorata di un ragazzo (il mio fidanzato attuale). I miei genitori non hanno preso troppo male il mio coming out ma mia mamma non vuole che lo faccia con il resto della mia famiglia perché tanto sto con un ragazzo e per lei non c’è bisogno di “ostentare la mia sessualità” (come dice lei). Così passo i giorni a braccetto con il mio ragazzo fingendo di non far parte della comunità LGBT perché ho paura che se facessi coming out nessun* mi prenderebbe sul serio.

Silvia

Bibliografia

Ayoub, P. (2016). The politics of visibility and LGBT rights in Europe. In When States Come Out: Europe’s Sexual Minorities and the Politics of Visibility (Cambridge Studies in Contentious Politics, pp. 21-52). Cambridge: Cambridge University Press. doi:10.1017/CBO9781316336045.003

PATRICK CORRIGAN & ALICIA MATTHEWS (2003) Stigma and disclosure: Implications for coming out of the closet, Journal of Mental Health, 12:3, 235-248, DOI: 10.1080/0963823031000118221

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