Ciao! Se mi segui su Instagram, o sei iscritt* alla mia newsletter, saprai già di questa nuova rubrica. “Life Outside The Binary” sarà una serie di editoriali che raccontano cosa voglia dire essere non binary in Italia, sulla base della mia esperienza personale. Life Outside The Binary è la mia rubrica dove, da persona non binaria, racconto il mio punto di vista sulle relazioni, sul sesso e sulla salute mentale. Tra racconti particolari e slalom di transfobia, ti permetterò di scoprire come si vive oltre il binarismo di genere. Ogni episodio di questa rubrica partirà da un antefatto personale dove uno stereotipo di genere viene portato all’esasperazione con toni sarcastici e irriverenti, col fine di rivelare l’assurdità e l’inconsistenza del binarismo di genere.


Partiamo da un antefatto molto banale per arrivare al punto della questione di oggi. Sono non binary, ho un corpo maschile e un cromosoma XY ma non mi sono sentita uomo per un giorno della mia vita. Utilizzo i pronomi neutri, ma spesso nel parlato preferisco il femminile, scelgo “il male minore”. Vissero tutti felici e contenti? A quanto pare, no.

Essere non binary, parte 1: il tira e molla per i pronomi

Perché prima ci sono le TERF, che mi hanno scartavetrato i maroni sui social perché sostengono l’uso del femminile per definirsi, da parte di un uomo (cosa che non sono, ma vabbé), sia offensivo e scimmiotti gli stereotipi di genere. Poi, però, chiusi i social si presenta tutto un altro sistema di rotture cosmiche di gonadi quale è il mondo del dating.

Avessi beccato uno sulle app di incontri che, ora che queste danno la possibilità di inserire i pronomi personalizzati, non avesse scritto cose del tipo “too/hot” o il classico “he/dro/she/mmia”. E, caso mai non avessero messo nulla (perché sia mai evitarci il calvario di dedurre i tuoi pronomi da come scrivi o dal tuo aspetto), ci pensavano in privato a dirti le peggio cose.

Fare coming out come non binary e cambiare i pronomi mi ha creato problemi anche con alcune amicizie. Oltre alle solite battutone, molti dei miei vecchi amici (specialmente i maschi cis) hanno continuato imperterriti ad usare il maschile. Una volta stavamo giocando ad Obbligo o Verità e, per una ragione non meglio specificata, dovevamo dividerci tra maschi e femmine (cosa che, primo, non si è mai vista in questo gioco e, secondo, non c’era nemmeno l’idea di creare una categoria a parte). Sono stat* ovviamente inserit* tra i maschi e ad un mio accenno di sguardo visibilmente a disagio erano già partite le battute sui pronomi. Un consiglio caldo per chi legge: se hai una sola conoscenza che non rientra nel binarismo di genere e ti comporti così, non stupirti se poi finisci in un mio articolo.

Che poi, la necessità di dividerci tra maschi e femmine in un gioco palesemente pensato per gli etero – dove gli “accoppiamenti” generati automaticamente dall’applicazione erano tutti eterosessuali – non la vedevo nemmeno col binocolo dal momento che a quella serata di etero non c’era manco una gamba.

Parte 2: Trucco sì o trucco no?

Non so chi abbia bisogno di sentirselo dire ma: le persone non binarie non vi devono l’androginia, non devono “sembrarvi” non binary. Esistono persone non binary estremamente femminili o estremamente maschili, ma sono comunque di genere non binario.

Il dilemma, però, è: mi becco il misgendering o le mazzate per strada? Mi spiego meglio: cerco di presentarmi maschile, rischiando che la gente assuma i miei pronomi guardandomi e mi dia dell’uomo, o cerco di avere un aspetto androgino rischiando di morire per strada?

Oltretutto, ogni volta che ho un aspetto androgino corro più rischio di venire feticizzata. Feci l’errore di mettere su Grindr una foto dove indossavo un crop top e un rossetto scuro. Un crop top e un rossetto scuro, non ero certo in drag (pure perché le mie capacità in quel campo lasciano a desiderare, non per altro). Immediatamente fui contattat* da profili anonimi di nome “cerco trans” che mi chiedevano di presentarmi a casa loro “travestito”. Quando ho spiegato loro che le cose non funzionassero proprio così, che “travestito” è un termine offensivo e che sono non binary, mi hanno ovviamente ricoperto di insulti irripetibili, tutti declinati al maschile. Era assolutamente prevedibile e potevo risparmiarmi questa scena, ma pazienza.

Essere non binary, parte 3: Si, bello tutto, ma il sesso?

Il sesso? Lo pratico volentieri, grazie. Ah, parli del mio sesso biologico? Saranno affari miei, no? No, che domande. Quando sei appena un minimo fuori dalla norma, tutti hanno diritto a levarsi ogni curiosità su ogni sfera della tua vita. Pure su quelle più intime.

La fase 3 del tuo coming out da transgender (qualunque sia la tua identità) è quella in cui sei tenut* ad avere una cartella clinica open source. Che tutti possano consultare dove, come e quando vogliono. Eh sì, perché se non mostri al mondo le tue diagnosi, se non parli apertamente e nel dettaglio di qualunque percorso di transizione tu voglia intraprendere, allora non sei veramente trans e ti definisci tale solo per attenzioni. Quando la verità è una: i cis, oltre ad essere dei cazzo di transfobici, non vogliono neanche campare cent’anni.

Vogliamo poi parlare del sesso, inteso come rapporto sessuale? Giammai! Le persone non binarie sono caste e pure, non hanno energia sessuale né praticano del sesso fisico. Il massimo che fanno è fissarsi intensamente negli occhi con l* propri* partner e orgasmare dall’anima.

Vorrei pure dirvi che le cose non stanno così e che pure le persone non cisgender scopano esattamente come tutte le altre ma, una domandina: sono mai venut* io a chiedervi come fate sesso?

Parte 4: Eh, però pretendi troppo e queste sono cose nuove

Questa per la comunità LGBTQ+ tutta è un classico trito e ritrito. Quando l’interlocutore non sa più che cavolo dirvi per invalidare la vostra identità, se ne esce con questo.

Nella fase 4 del tuo coming out come transgender, sarai vist* come un alieno venuto da un altro sistema solare, la cui identità è troppo complessa per la comprensione da parte dei comuni mortali. E quale onore, aggiungerei.

Essere non binary, parte 5: Vabbè, famo gli alternativi

I cis mi stupiscono. Specialmente gli uomini cis: si mettono lo smalto, la gonna, l’ombretto, l’eyeliner. Si truccano talmente male che persino il cerone che si passa la mia dirimpettaia, quando va ai matrimoni, sembra un makeup più professionale del loro e si auto-proclamano distruttori del patriarcato e della “mascolinità tossica”. Poi chiedi loro di mettersi due pronomi nella bio di Instagram o di rispettare quelli delle persone trans* e improvvisamente le loro sinapsi smettono di funzionare.

Parliamo, poi, dei “transfeminists” che, nella vita reale, davanti ad una donna trans o a una persona transfem in generale scappano perché vanno in gay panic. Ma questa è un’altra storia.

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Scritto da:

Rocco La Marca

Classe 2001, attivista LGBT+ intersezionale. Diplomato a Napoli, attualmente frequenta la facoltà di CTF a Milano. Fondatore e direttore generale di EqualiLab, si occupa della parte tecnica del sito. Quando non scrivo, studio, piango o faccio tutte e tre le cose contemporaneamente.