Cosa sono le interazioni parasociali? Come è cambiato il nostro modo di relazionarci durante la pandemia? È possibile che l’isolamento sociale ci abbia fatto scoprire un supplemento al nostro bisogno di socialità?

Un’innovazione relazionale senza precedenti

Guardiamoci indietro di un anno, nello stile “ti ricordi quando”. Fase 1: Era marzo del 2020, scattato il primo lockdown. Inizialmente, non facevamo altro che ridacchiare dell’ilarità della situazione e passare il tempo a chiacchierare in videochiamata con i nostri rispettivi gruppi di amici conosciuti di persona. Il lockdown fu, però, prolungato e i meno fortunati, che non avevano instaurato relazioni interpersonali abbastanza solide da reggere a quella distanza così prolungata, hanno iniziato progressivamente ad essere più soli.

Poche sono le relazioni che sono sopravvissute e moltissimi i casi di persone che, come me, si sono ritrovate a Giugno dello stesso anno con pochissimi se non nessun rapporto di amicizia. I mesi sono passati e abbiamo finito per gettare dalla finestra tutti i manuali di socializzazione che i nostri avi ci hanno tramandato per secoli fino all’arrivo di un momento irripetibile della storia che ha finito per far crollare uno dei punti cardine della vita sociale: il ruolo essenziale del contatto fisico. In questa nuova normalità l’incontro in presenza non è più così importante, il territorio principale dove facciamo i nostri movimenti sono i social media.

Il personal branding è il perno principale della nostra vita sociale

Instagram è diventata la vetrina personale di ognuno di noi, dove ci si dà a un’intensa attività di personal branding dove ci mostriamo per quello che noi vogliamo che la gente veda. È sempre stato così con i social ma, da quando essi sono diventati il nostro canale di socializzazione principale, districarsi tra strategie comunicative, filtri e abusi emotivi è diventata una faccenda molto competitiva.

Il personal branding è un processo attraverso cui una persona definisce i punti di forza (conoscenze, competenze, stile, carattere, abilità, ecc.) che la contraddistinguono in modo univoco, creando un proprio marchio personale, che comunica poi nel modo che reputa più efficace. Il personal branding adotta le tecniche utilizzate dal Marketing per promuovere i prodotti commerciali e le adatta per la promozione dell’identità delle singole persone. L’obiettivo in entrambi i casi è il brand positioning ovvero, posizionare nella mente dell’utente il brand (o il nome del professionista) associato a una precisa peculiarità, a un concetto che inequivocabilmente lo distinguerà dai concorrenti.

C’è davvero così tanta differenza tra un influencer e un qualunque altro account Instagram? Adesso no. Curando i nostri feed per renderci appetibili al prossimo siamo diventati tutti creator in un certo senso. Tutti cerchiamo di mostrarci al meglio di noi stessi, esibendo le nostre qualità migliori in maniera molto più intensa e “osando” in modo molto più sfrontato: ora che gli incontri dal vivo sono ridotti al minimo e non sono necessari, abbiamo per la prima volta la possibilità di mostrarci veramente per chi vogliamo far credere di essere.

Una velocizzazione dei tempi che riduce la nostra selezione a un gruppo ristrettissimo

Perché il personal branding è diventato importante nella società della pandemia? Dovendo ora razionare le nostre uscite, siamo estremamente più selettivi su chi varrà la pena incontrare dal vivo o meno. E quindi, se vogliamo stare al passo con i tempi e intrattenere relazioni interpersonali dobbiamo posizionarci nella mente delle persone che ci interessano, fare in modo che scelgano noi e non altre persone.

Una disponibilità di scelta così ampia che l’amicizia e l’amore sono basate sulla competizione, ora più che mai. Azzerata la possibilità di conoscere persone attraverso incontri casuali dal vivo, la cura dei propri spazi social è fondamentale per rendere chiaro il messaggio che dobbiamo trasmettere. La conoscenza dal vivo è ormai solo una prova finale per consolidare l’impressione che abbiamo dato attraverso i nostri profili e messaggi, ma la vera conoscenza avviene virtualmente. Adesso, si incontra una persona sapendo già tutto di lei, grazie alle informazioni ricavate dal suo profilo e dalle chat.

Il futuro della vita sociale sono le interazioni parasociali

Le interazioni parasociali sono, in breve, pseudo-relazioni unilaterali e per la maggiore quasi immaginarie. Prima della pandemia questo termine si applicava a personaggi pubblici, celebrità e addirittura personaggi immaginari. Ma, come ho detto prima, ormai la differenza tra il personaggio pubblico e l’utente medio è minima. Le relazioni parasociali nascono dall’impossibilità di interagire direttamente e approcciare la persona che ha catturato il nostro interesse. Pertanto, ci affidiamo unicamente all’immagine che questa persona fa passare di sé: se è particolarmente affine al nostro gusto o tocca una parte importante della nostra sensibilità, ci convinciamo che sia perfetta per noi e percepiamo quella persona più vicina di quanto non sia.

Questo tipo di interazione è però illusoria, fittizia, nata da un banale meccanismo domanda-risposta. Se la domanda è il bisogno di interazioni sociali causato dalla solitudine che ci ha lasciato la pandemia, la risposta è ovviamente un personal branding ben fatto e mirato a sfruttare questo bisogno dell’utente. Una strategia comunicativa che avvicina persone bisognose di contatti, ottenendo un netto guadagno di visibilità che può, in alcuni casi, portare a ritorni economici.

Negli ultimi anni ad essere idolatrate non sono più quelle celebrità “inarrivabili”. I “nuovi idoli”, per così dire, hanno in comune la caratteristica di essere persone comuni, nelle quali la maggior parte delle persone può addirittura identificarcisi, sentire vicine e percepire addirittura come “amiche”. Questi personaggi fanno dell’interazione con il loro pubblico e del loro essere “non celebrità” degli elementi essenziali della loro strategia comunicativa.

Ma parliamo di dating

Prima della pandemia, quanti di voi avevano Tinder? Non so quale sia la risposta a questa domanda, ma una certezza la ho: eravate molti meno di adesso. Una cosa che ho notato è l’aumento esponenziale della qualità dei profili proposti, mossi tutti da un’algoritmo che ha il fine di farti restare quanto più tempo possibile sull’app. Il proliferare di app di dating e il loro potenziamento in occasione della pandemia ha, nei fatti, monetizzato sulla solitudine e il bisogno elementare di contatto umano delle persone.

Gli utenti non hanno potuto che adattarsi e giocare secondo le regole. Prima di vedere una persona, vediamo una sua vetrina fotografica e una biografia (che su certe app ha letteralmente la funzione di un annuncio); se consideriamo anche che è nato un vero e proprio boom di corsi sulla seduzione e persino sull’utilizzo di Tinder, traete un po’ voi le conclusioni.

E, posto che anche prima capitava di conoscersi in chat (non necessariamente su un’app dedicata, ma anche nei DM di Instagram), ricordate le conversazioni lunghe e costanti che precedevano i vostri incontri? Dimenticatele. Adesso è tutto più veloce. Ci concentriamo sul profilo di una persona per pochissimi secondi, prima di passare al prossimo. La soglia dell’attenzione anche nelle conversazioni è minima e bastano pochissimi messaggi per fare una selezione accurata. Vi capiterà spessissimo di iniziare una conversazione per poi non ricevere più risposta dopo pochissimi messaggi: questo perché l’altra persona avrà già trovato un profilo più interessante del vostro.

Conclusione

In conclusione, se il relazionarsi ormai non ha più nulla a che fare con l’attrazione e le emozioni, ma sull’esposizione e l’immagine che si dà di sé, possiamo renderci conto che stiamo parlando di una campagna di marketing e non di relazioni interpersonali.

E in un’ottica dove si è normalizzato il ghosting, atto che corrisponde letteralmente a buttare un prodotto perfettamente funzionante che ci ha stancato per comprarne un altro seguendo una logica perfettamente consumistica, traiamo anche la conclusione che, oltre all’ampliarsi delle possibilità di conoscere persone, abbiamo visto anche l’ampliarsi delle possibilità di subire una violenza psicologica.

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Scritto da:

Rocco La Marca

Classe 2001, attivista LGBT+ intersezionale. Diplomato a Napoli, attualmente frequenta la facoltà di CTF a Milano. Fondatore e direttore generale di EqualiLab, si occupa della parte tecnica del sito. Quando non scrivo, studio, piango o faccio tutte e tre le cose contemporaneamente.