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Contrasto al maschilismo con il dibattito linguistico

Seppure nell’immaginario collettivo vengano raramente associate alla corrente femminista, negli ultimi decenni le scienze linguistiche hanno saputo proporre un dibattito significativo all’interno delle tematiche di genere. Rivelato, poi, un valido strumento per contrastare il maschilismo che occupa un ruolo di rilievo nella società contemporanea. 

I bias di genere che riflettono un’ideologia patriarcale

Gli studi sulla lingua hanno evidenziato, attraverso diversi modelli teorici, la presenza di bias di genere che riflettono ed, in alcuni casi protraggono, un’ideologia patriarcale. Partendo dal presupposto che il linguaggio rispecchia la realtà, ovvero i valori e le dinamiche di potere insite in una cultura in un dato periodo storico, allora il linguaggio non può essere neutrale alla questione di genere. Al contrario, invece, può diventare un mezzo di oppressione volto al mantenimento dello status quo.

I bias di genere nella lingua italiana

I bias di genere sono facilmente riscontrabili nei tratti grammaticali e lessicali della nostra lingua. Un primo esempio che avvalora l’ipotesi linguistica dell’asimmetria di genere è l’uso del maschile come norma. Il genere maschile, in alcune situazioni, viene utilizzato in maniera neutrale (cioè per tutti i generi) nella lingua italiana. Ciò si evince da termini quali “uomo’”, nell’accezione in cui si riferisce all’umanità in senso generale, od all’essere umano. Inoltre, il genere maschile si può riferire a più generi; così come “paziente” usato in senso generico può riferirsi a persone di sesso maschile o femminile (o intersex). I pronomi e gli aggettivi, infine, devono concordare linguisticamente al maschile anche quando non si conosce il genere (grammaticale) del termine a cui si riferiscono. Ad esempio nella frase “Ogni viaggiatore deve essere munito biglietto”. 

La visione maschile nel nostro linguaggio

La validità della teoria linguistica è provata dal fatto che la lingua che utilizziamo è permeata da una visione maschile del mondo.

Ciò lo si enuncia, ad esempio, da termini quali “sesso” e “preliminari“. Con “sesso” si indica un’attività che si conclude con l’orgasmo maschile. Quindi con questo termine si indica l’atto primario dell’attività sessuale che avviene tramite penetrazione. Il termine “preliminari”, invece, indica un atto secondario e separato, nonostante molte donne abbiano orgasmi, che tuttavia, non sono considerati al pari dell’attività sessuale penetrativa.

La subordinazione uomo donna riflesso nella linguistica

Queste condizioni presenti a livello linguistico riflettono culturalmente la relazione di potere tra uomo e donna, e testimoniano la condizione di subordinazione (ideologica, non fattuale) di quest’ultima. Nella lingua italiana, la donna ricopre (linguisticamente) un ruolo marginale od, in alcuni casi, invisibile. 

Se si analizzano i tratti linguistici volti a descrivere esperienze più frequenti nella vita delle donne la problematicità si realizza nella mancanza di termini o, laddove esistono, inadatti. Termini come “molestie sessuali”, “sessismo” o “genere” sono stati introdotte recentemente dalle femministe per dare voce a problematiche che, seppur già esistenti, non avevano una definizione propria. 

L’accezione negativa dei termini femminili

Ancora più evidente è l’uso dispregiativo del genere femminile attraverso la lingua. Molti termini declinati al femminile assumono un’accezione negativa al pari degli stessi utilizzati al maschile. Inoltre, le parole utilizzate per riferirsi alle donne concernono maggiormente la sfera sessuale in confronto a quelle che caratterizzano gli uomini nello stesso ambito. Molte espressioni usate per riferirsi alle donne riguardano attributi fisici. Ad esempio espressioni come: “una bionda“, “una mora“, “uno schianto“. 

Un caso esemplare di asimmetria di genere si riscontra nell’uso comune degli appellativi “signore” e di corrispettivi femminili. “Signora” e “signorina” ,infatti, pongono l’accento sulla necessità di conoscere lo stato sociale di una donna. 

Il ruolo del linguaggio nella costruzione dell’identità di genere

Alla luce di queste considerazioni, la linguistica teorizza che il linguaggio abbia un ruolo predominante nella costruzione dell’identità di genere.

I ruoli sociali, come spiega Foucault, vengono costituiti da discorsi, ovvero “corpi di conoscenza e di pratica costruiti storicamente, che conferendo loro posizioni di potere o di subordinazione”.

Conseguentemente, ciò che è percepito come naturalmente appartenente alla sfera femminile sono solamente dei prodotti culturali di una società egemonicamente patriarcale. Un punto critico a questo proposito è la costruzione discorsiva, ovvero una pratica sociale che crea un’identità della maternità.

Secondo Talbot (“Language and Gender: An Introduction”) “l’identità sociale delle donne è ancora strettamente legata alla loro capacità di procreare: il discorso medico sulla maternità (la gravidanza costruita come malattia, le donne come pazienti, il travaglio come insieme di tecniche mediche in cui la partorente ha un ruolo passivo) contribuisce a creare questa identità, e ha valenza normativa”.

L’esigenza di una riforma del linguaggio

Concludendo, gli studi linguistici, in concomitanza con la corrente femminista, hanno reso necessario un ripensamento di termini insiti nel linguaggio adottato quotidianamente. Per questo motivo, l’esigenze di una riforma del linguaggio emerge sempre più frequentemente nel dibattito accademico e pubblico. Tuttavia, perché espressione di una cultura, il linguaggio è difficilmente controllabile senza una de-costruzione collettiva della narrativa patriarcale. Ad ogni modo, un cambiamento a livello linguistico, in alcuni casi, può fornire una chiave di lettura della società in senso progressista e più attento alla disparità di genere. 

Fonti

https://equalilab.it/blog/2021/02/03/linguaggio/
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