Il percorso con cui una persona trans, cioè una persona che non si identifica nel genere assegnatole alla nascita, decide di compiere per conformare il proprio aspetto fisico e i propri dati anagrafici a quelli a cui sente di appartenere, prende il nome di transizione.

Quante sono le Persone Transgender in Italia?

Ecco il test sull'identità di genere che aiuta la ricerca | Radio Deejay

La prima stima della popolazione transgender adulta in Italia (in acronimo SPoT), nasce per iniziativa dell’azienda ospedaliera universitaria Careggi, in collaborazione con l’università di Firenze, l’Istituto Superiore di Sanità, la fondazione The Bridge e l’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere. Stime non ufficiali indicano che il numero delle persone transgender nel paese sia intorno a 400.000. Questo primo tentativo di fornire una stima quanto più veritiera possibile, rappresenta anche un importante punto di partenza per adeguare una politica, che risulta ancora troppo conservatrice, al continuo sviluppo sociale.

Una storia di repressione

Storicamente essere transessuali rappresentava una penalizzazione della persona stessa. Al riguardo non si poteva discutere di una libertà di espressione del proprio sé, ma solo di un “qualcosa” di non conforme, da reprimere ed emarginare. Le persone transessuali erano destinate a trascorrere una vita in clandestinità oppure ricorrendo prostituzione come unico mezzo di sostentamento.

Disturbo dell'Identità di genere Archivi - Monica J. Romano
Petizione dell’attivista Vladimir Luxuria per chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità di togliere la transessualità dalla lista delle malattie mentali

In ambito psichiatrico, inizialmente, si discorreva di un vero e proprio disturbo dell’identità di genere nell’ipotesi in cui un individuo provasse malessere o non si riconoscesse nel genere assegnatogli dalla nascita. Il termine “disturbo” è stato rinominato “disforia” e l’incongruenza di genere non è stata più ritenuta una categoria dei disordini mentali in quanto, finalmente, si è riconosciuto che le persone transgender sono pienamente in grado di intendere e di volere e che non sono affette da nessun disturbo mentale.

Attivismo Transgender

Le prime notizie di un vero e proprio attivismo risalgono agli anni ’60 con con la sommossa della Compton’s Cafeteria del 1966 a San Francisco e i moti di Stonewall del 1969 a New York.

«Nel periodo immediatamente seguente alla sommossa del Compton’s, venne istituita una rete di servizi sociali, psicologici e medici per persone transgender, che culminò nel 1968 con la creazione del National Transsexual Counseling Unit, la prima organizzazione autogestita al mondo per il supporto psicologico e legale.»

Fonte: enciclopedia online glbtq.com

La Compton’s Cafeteria di Tenderloin  era uno dei pochi locali della città in cui le persone transgender potevano riunirsi. Allora il crossdressing era illegale e quindi la polizia poteva eseguire raid ed imporre la chiusura dei locali in questione.  

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Screaming Queens: The Riot at Compton’s Cafeteria

Sicuramente più famosi sono i moti di Stonewall: una serie di violenti scontri fra gruppi di omosessuali e la polizia a New York, avvenuti nel gay bar Stonewall Inn.  Sono considerati simbolicamente il momento di nascita del movimento di liberazione gay moderno in tutto il mondo, dando per questo origine alla ricorrenza del Gay Pride nel mese di giugno.  

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Stonewall
Diretto da Nigel Finch,1995
Diretto da Roland Emmerich, 2015

Lili Elbe

Lili Elbe - Wikipedia

Lili Elbe (Vejle, 28 dicembre 1882 – Dresda, 13 settembre 1931) è stata un’artista danese che ricordiamo come prima persona ad essere stata identificata come donna transessuale, in seguito all’essersi sottoposta ad un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.

Anche se ancora sperimentali, nel 1930 Lili andò in Germania per sottoporsi a delicati interventi di riassegnazione sessuale. Sotto la supervisione del sessuologo berlinese Magnus Hirschfeld, iniziò con la rimozione dei testicoli (orchiectomia). Ne seguirono la rimozione del pene e il trapianto delle ovaie. In ultimo fu tentato il trapianto di utero, per consentire a Lili di diventare madre. Tre mesi dopo quest’ultima operazione Lili Elbe morì, nel 1931, a causa di complicazioni, forse proprio per un rigetto dell’impianto dell’utero.

In Italia: “La protesta delle piscine”

Sicuramente meno noto in ambito internazionale è l’origine dell’attivismo in Italia. La storia del movimento transessuale italiano iniziò negli anni ’70, con una serie di manifestazioni organizzate soprattutto a Milano. Simbolicamente associata alla nascita del Movimento è l’evento che prese il nome de “la protesta delle piscine”. E’ l’estate del 1979 quando alcune donne transessuali, guidate dalla leader Pina Bonanno, si recano in un’affollata piscina pubblica milanese, il “Lido” di Piazzale Lotto. Da lì a poco iniziano ad attirare l’attenzione indossando costumi maschili e sfilandosi il reggiseno, per dimostrare a tutti la loro reale appartenenza di genere. Dopo l’intervento della polizia, vennero tutte denunciate per oltraggio alla pubblica decenza. Questo non fermò il movimento che aveva come obiettivo l’ottenimento di una legge che riconoscesse il cambio di sesso.

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Le continue proteste, che sfociarono in ogni parte del paese, ottennerò una vasta risonanza mediatica che attirò l’attenzione di tutti i principali partiti. Importante fu l’appoggio del Partito Radicale che si impegnò per far approvare una legge in Italia simile a quella varata negli stessi anni in Germania.

La legge tedesca n.1654 del 10 settembre 1980 prevedeva due tappe, definite tecnicamente “soluzioni”:

  • La prima, chiamata Piccola soluzione, comportava la riattribuzione anagrafica di un nome adatto alle istanze della persona transessuale, attraverso semplici meccanismi di tipo amministrativo, senza alcuna necessità di interventi chirurgici.
  • La seconda, chiamata Grande soluzione, era una facoltativa estensione della prima. Vincolata all’intervento ricostruttivo dei genitali, comporta la riattribuzione sia del nome che del sesso anagrafico. 

Il percorso di transizione

Il percorso di transizione inizia con il supporto psicologico da parte di uno specialista che possa diagnosticare, con una relazione tecnica,  la distrofia di genere.

Solitamente dopo i primi 6 mesi di percorso psicologico si valuta la possibilità di autorizzare una terapia ormonale sostitutiva (TOS), che rappresenta il secondo step. La terapia ormonale deve essere prescritta da un medico endocrinologo. Lo scopo della TOS è quello di modificare i caratteri sessuali terziari e secondari e va seguita per il resto della vita. Gli ormoni tendono a femminizzare l’aspetto nelle donne MtF (da maschio a donna) e mascolinizzare gli uomini FtM (da femmina a uomo), inibendo, inoltre, le manifestazioni fisiche proprie del sesso biologico di nascita.

Gli effetti sono preziosi perché aiutano a prendere ulteriore consapevolezza del percorso intrapreso e consentono di iniziare la fase del “test di vita reale” (RLT, Real Life Test). In questa fase la persona inizia a vivere la quotidianità nel genere di elezione. Lo scopo è quello di confermare che una determinata persona transessuale può vivere con successo come membro integrante della società nel genere eletto.

Il terzo step è il ricorso al tribunale, l’unico che può autorizzare la rettifica del sesso. In seguito, si è liberi di scegliere se sottoporsi o meno ad operazioni chirurgiche.

Legge 164 del 14 aprile 1982

Norme in materia rettificazione di attribuzione di sesso”

In ambito legislativo, il percorso di riconoscimento del sesso di transizione è disciplinato dalla legge n.164/1982. La legge, formata da pochi e sintetici articoli,  non si esprime in modo rigoroso ma lascia alcuni vuoti legislativi che sono colmati con un’interpretazione giudiziaria tendenzialmente uniforme.

Art. 1.

  La  rettificazione  di cui all’articolo 454 del codice civile si fa anche  in  forza  di  sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca   ad  una  persona  sesso  diverso  da  quello  enunciato nell’atto  di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali.

L’iter inizia con un’istanza di rettifica di attribuzione di sesso, da presentare al Tribunale della zona di residenza. In genere si usa allegare una perizia tecnica favorevole da parte di un perito. Tuttavia, il giudice istruttore, nel caso lo ritenga necessario, può nominare un consulente tecnico d’ufficio inteso  ad  accertare  le  condizioni psico-sessuali dell’interessato. Se la persona transessuale è sposata, l’atto con il quale si richiede la rettifica del sesso o l’autorizzazione all’intervento chirurgico è notificato al coniuge e ai figli e produrrà lo scioglimento del matrimonio.

La legge 164/1982 è stata la prima in Italia sul cambio sesso, ma prevedeva l’obbligatorietà dell’operazione chirurgica. Infatti bisognava prima, ottenere l’autorizzazione all’intervento chirurgico di riassegnazione di genere. Dopo l’operazione, si poteva ottenere l’autorizzazione a cambiare sesso e nome sui documenti. Una recente sentenza ha autorizzato il cambio del nome e del sesso per una persona transessuale anche in assenza di intervento di riconversione di sesso (sentenza della Corte Costituzionale n. 221/2015 e sentenza della Corte di Cassazione n. 15138/2015).

Attualmente, solo se ritenuti necessari per l’accoglimento della domanda di rettifica, il tribunale autorizza, sempre con sentenza,  un   adeguamento   dei caratteri    sessuali    da    realizzare    mediante     trattamento medico-chirurgico.

Con la sentenza  che  accoglie  la  domanda  di  rettificazione  di attribuzione di sesso, il  tribunale  ordina  all’ufficiale  di  stato civile del comune dove fu compilato l’atto di nascita  di  effettuare la rettificazione nel relativo registro.

La situazione in Italia: tra criticità e passi avanti

Affrontando questa tematica, molte sono le lacune e gli ostacoli che ci troviamo ad analizzare. Le prime difficoltà sono sicuramente quelle legate all’ambito culturale, ancora teso a differenziare la popolazione in classi. Infatti, vivere secondo il sesso eletto presuppone soprattutto scontrarsi con tutti quelli che sono i problemi della società, quali discriminazione e continui coming out. Tra gli ostacoli più sentiti, nella maggior parte dei casi, c’è l’impossibilità di autorealizzarsi a causa dei necessari coming out che impediscono un inserimento socio-lavorativo pieno.

In campo sanitario l’Italia, di certo, non brilla. Tra i principali problemi c’è lo scarso numero di centri specializzati nella medicina di genere. Le poche presenti sono situate quasi esclusivamente nel nord del paese. Una delle tante criticità di fondo è riscontrabile nella mancanza di corsi universitari specifici sul trattamento di pazienti transgender. Questo fa si che molti operatori sanitari non siano sempre preparati alla cura di un corpo non convenzionale, avendo come effetto di spingere ad una rinuncia delle cure.

Tra le principali domande di una persona che si affaccia a tale percorso c’è: “Dove poter iniziare una transizione?“. Spesso i centri sono lontani e presuppongono una certa capacità economica, ad esempio, per il pagamento di medicinali, terapie o perizie mediche da parte specialisti privati. Qui ci ritroviamo di fronte ad un ulteriore ostacolo, cioè proprio quello del costo della transizione.

Una piccola vittoria nel diritto alla salute

Un passo avanti si è avuto nell’ottobre del 2020, quando l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) stabilì e rese gratuiti i farmaci ormonali. Ad oggi gli ormoni utilizzati nella Terapia ormonale sostitutiva (Tos) sono disponibili presso le farmacie ospedaliere dei centri abilitanti e il costo è a carico del Servizio sanitario nazionale.

Tuttavia, anche in questo caso sono riscontrabili criticità in quanto, per ricevere i farmaci, ci si deve recare presso le farmacie ospedaliere dei centri abilitanti. Questo comporta che le persone in terapia non potranno più recarsi alla farmacia del proprio comune. Quindi, chi abita lontano dalle grandi città si ritrova a percorrere anche centinaia di chilometri per raggiungere tali strutture. Inoltre la prescrizione dei medicinali può essere garantita solamente dopo la diagnosi di una disforia di genere e di incongruenza di genere rilasciata da équipe multidisciplinari.


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Scritto da:

Lia Prato

Classe 2001, frequenta la facoltà di giurisprudenza alla Federico II di Napoli.
Dal 2017 volontaria della Croce Rossa Italiana.